La paura non fa rumore. Entra piano, si siede accanto a noi e, poco alla volta, diventa una presenza abituale. La troviamo nelle strade, nelle parole dei grandi, nei notiziari, nei silenzi delle famiglie, nei gesti automatici con cui impariamo a proteggerci prima ancora di capire da che cosa.
Io la conosco. Sono cresciuta in un Paese instabile, attraversato dalla violenza, dalle tensioni, da problemi così profondi da sembrare impossibili da sciogliere. In certi luoghi la paura non è un’eccezione: è l’aria che si respira. Ti insegna a camminare con prudenza, a misurare le parole, a guardarti intorno, a pensare che l’altro possa diventare una minaccia anche quando non lo è.
Ma proprio per questo rifiuto l’idea che un’intera generazione debba crescere sotto il suo dominio. Rifiuto che la paura venga presentata come destino. Rifiuto che ci venga detto che, per avere la pace, dobbiamo prima imparare a terrorizzare; che per sentirci al sicuro dobbiamo imporre insicurezza agli altri; che l’ordine possa nascere dalla minaccia.
È davvero questa la pace che vogliamo?
Quando la paura guida la vita delle persone, tutto diventa pericoloso. Anche un volto sconosciuto, una parola diversa, una storia che non capiamo. Entriamo in una difesa continua, come se il mondo fosse sempre sul punto di colpirci. E, nel tentativo di proteggerci, finiamo spesso per ferire chi non voleva farci alcun male.
Gli Stati, a volte, si comportano allo stesso modo. Attaccano dicendo di difendersi. Alzano muri dicendo di proteggere. Accumulano forza dicendo di cercare sicurezza. Ma in molti casi non stanno davvero proteggendo la vita: stanno rassicurando la propria paura. E quando la paura diventa politica, quando viene alimentata, sfruttata, organizzata, allora smette di essere solo un sentimento umano e diventa uno strumento di potere.
Per questo credo che sia necessario fermarsi e fare una scelta diversa. Proteggere la vita non significa trasformare la pace in una minaccia permanente. La vera pace non nasce dal terrore, non cresce sotto ricatto, non fiorisce dove l’altro è considerato soltanto un pericolo da contenere. La storia ce lo ha mostrato molte volte: una pace fondata sulla paura può durare per un po’, ma resta fragile, perché dentro conserva ancora il seme della violenza.
Rondine ci invita proprio a entrare in questo spazio difficile: là dove la paura sembra avere già deciso tutto, ma dove l’essere umano può ancora scegliere. Scegliere di non ridurre l’altro al suo conflitto. Scegliere di ascoltare prima di giudicare. Scegliere il dialogo non come gesto ingenuo, ma come atto di coraggio. Perché parlare con chi ci fa paura non significa dimenticare il dolore, né cancellare la giustizia. Significa impedire alla paura di diventare l’unica lingua possibile.
Per me, la pace passa da qui: dal dialogo e dalla giustizia. Dove mancano parole vere, dove mancano riconoscimento e responsabilità, la paura occupa tutto lo spazio. Comprendere l’altro, scambiare opinioni, costruire insieme non elimina immediatamente le ferite, ma interrompe il ciclo della violenza e della sfiducia. Apre una strada. E ogni strada comincia sempre da un primo passo.
Anche il Vangelo ci richiama a questa scelta. In Matteo 6,33 si legge: «Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta». Non è un invito a fuggire dal mondo, ma a rimettere ordine nelle priorità: prima la giustizia, prima la vita, prima ciò che costruisce e non ciò che distrugge.
Quaranta giorni possono diventare allora un cammino interiore: un tempo per purificare le parole e le azioni, per riconoscere le tentazioni della paura, per resistere alla violenza che promette sicurezza ma produce nuove ferite. Un tempo per domandarci da che parte vogliamo stare.
Perché la pace non è assenza di paura. È la decisione di non lasciarle il comando. È scegliere la vita, anche quando la paura sembra più forte.
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Bernadette, 25 anni
Sono una giornalista e comunicatrice maliana, da sempre curiosa di racconti e storie. Laureata in Giornalismo e Comunicazione e attualmente iscritta a un Master in Comunicazione d’Impresa, mi muovo tra media, associazioni ed eventi. Poetessa nell’anima e amante delle sfide, considero Rondine uno specchio per conoscermi meglio. Oggi porto avanti un progetto a impatto sociale che esplora la responsabilità giovanile e rafforza la coesione sociale.